Città alla moda o città vivibili? I nostri grandi centri urbani in fondo alla classifica
Come ogni anno l’Economist ha pubblicato il «2026 Global Liveability Index» classifica delle città più vivibili nel mondo. La top ten è guidata da Copenhagen, seguita da Vienna, Melbourne, Sydney, Zurigo, Ginevra, Osaka, Adelaide, Vancouver e Tokio. Europa in testa con quattro città, seguita dall’ Australia e dal Giappone con due e con Vancouver unica rappresentante delle Americhe.
Spicca anche quest’anno la perdurante assenza di ogni rappresentanza italiana non solo tra le prime dieci ma neppure tra le prime trenta. La mancanza di città italiane è grave perché l’indice non misura la località più instagrammabile o quella più alla moda per trascorrere una vacanza o quella con le attrazioni più glamour o quella dall’irresistibile fascino artistico e archeologico. Con solo questi parametri certamente qualunque borgo della nostra penisola metterebbe al tappeto Copenhagen, Vienna e tutte le altre classificate nei primi posti. Ma un conto è fare bella figura in cartolina o sulle guide turistiche, un altro è vivere quotidianamente la realtà urbana e quindi spostarsi, curarsi, studiare, interagire con gli altri in ambienti confortevoli e in sicurezza.
I parametri di riferimento
Secondo l’Economist sono cinque i parametri con cui misurare la qualità della vita: stability (intesa come condizione di tranquillità lavorativa, stabilità dei prezzi e del governo locale senza che sussista il rischio di cambiamenti negativi o pericolosi), assistenza sanitaria, cultura e ambiente, istruzione e infrastrutture. In tutte le città in classifica emerge la facilità di spostamento sia con mezzi pubblici (a Vienna la linea tranviaria si snoda per 225 Km e sono ancora normalmente in uso carrozze vintage apprezzatissime dai residenti e dai turisti), sia in bicicletta sia semplicemente camminando sempre in ambienti protetti e con minime immissioni inquinanti.
In tutte le località si è calati in realtà multiculturali che si fondono senza antagonismi e si arricchiscono vicendevolmente, creando ambienti dove cucina, cibi, moda ,intrattenimento dalle origini più diverse formano un mix straordinario in cui giovani e adulti, famiglie, turisti e residenti trascorrono sia le ore lavorative che il tempo libero. La stessa multiculturalità si respira nelle università e nelle istituzioni culturali che attirano studenti da ogni parte del mondo e che a loro volta costituiscono un grande volano economico e una fonte di divertimento e allegria che coinvolge tutti e aumenta la capacità attrattiva di luoghi che hanno fatto dell’ambiente e della sostenibilità un obiettivo primario.
Zurigo, per fare solo un esempio, primeggia per la qualità delle acque del lago e dei fiumi che la bagnano ed ha un patrimonio di 1200 fontane di acqua potabile. Il confronto con le nostre città è purtroppo sconfortante. Non si è sentito ancora nessun sindaco delle grandi aree metropolitane indignarsi di fronte a questi dati e impegnarsi con atti concreti a migliorare le condizioni di vita. Si preferisce il piccolo cabotaggio, navigare a vista, barcamenarsi tra aumenti dell’Imu e della Tari e lasciare le città divorate e impoverite dal turismo mordi e fuggi e dalle problematicità dell’integrazione degli immigrati anche di seconda e terza generazione. Peraltro nessuna forza politica sembra veramente interessata a un serio progetto di riforma urbanistica, che significa anche sanare le criticità sociali e rilanciare l’economia.
Conclusioni
Appc da anni propone riforme serie che traggono ispirazione dal Piano Casa che Amintore Fanfani lanciò negli anni ’50 del secolo scorso e che fu la base del miracolo economico. Non ci stancheremo e continueremo ad agire per sensibilizzare su questo decisivo argomento partiti, deputati, personalità politiche locali e nazionali. Sapendo di fare l’interesse non solo della piccola proprietà immobiliare ma anche dell’intera comunità nazionale.
di Mario Fiamigi – segretario nazionale APPC
Articolo originale (su norme e tributi – il Sole24ore)
