Allora c’è davvero un Giudice a Berlino!

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Quando arriva una buona notizia bisogna rallegrarsi, anche se il panorama continua ad essere ingombro di macerie. Ma, chissà, la sentenza n° 50 depositata il 14 marzo 2014 della Corte Costituzionale potrebbe essere il primo segnale di un’inversione di rotta, la famosa luce, anche se flebile, che si intravvede in fondo al tunnel.

I giudici delle leggi hanno finalmente cancellato dall’ordinamento l’abominevole art. 3, commi 8 e 9, del decreto legislativo 14 marzo 2011 n° 23 che avevano istituito “un meccanismo di sostituzione sanzionatoria della durata del contratto di locazione ad uso abitativo e di commisurazione del relativo canone in caso di mancata registrazione del contratto nei termini di legge nonché l’estensione di tale disciplina anche alle ipotesi di contratti di locazione registrati nei quali sia stato indicato un importo inferiore a quello effettivo, o di contratti di comodato fittizio registrati”.

E la sostituzione sanzionatoria era quella di imporre un canone irrisorio pari al triplo della rendita catastale e la durata quadriennale, con l’obbligo di rinnovo, se le parti avevano stipulato un contratto con durata inferiore.

Una sanzione assurda, incredibilmente sproporzionata all’irregolarità fiscale commessa tanto più che avrebbe colpito anche il semplice ritardo della registrazione. Si trattava di una norma che violava numerosi articoli  della Costituzione ( artt. 3,23,42,53,70,76,97), come hanno sottolineato i diversi Giudici che hanno rimesso la questione alla Corte , e che, con effetto anche comico, volendo colpire l’evasione fiscale procurava un danno erariale allo Stato che avrebbe tassato non il canone concordato tra le parti ma quello irrisorio della sostituzione sanzionatoria.

La Corte, forse per carità di Patria, pur non escludendo la violazione degli altri precetti costituzionali, ha ritenuto di analizzare la questione sotto il profilo del difetto di delega (art. 76) che emerge in modo evidentissimo posto che l’oggetto e la finalità della legge delega riguardava ambiti del tutto diversi dal contratto di locazione ad uso abitativo.

E del tutto opportunamente la Corte richiama l’inciso della legge delega che espressamente precisa che il Governo doveva procedere “nel rispetto dei principi sanciti dallo statuto dei diritti del contribuente” statuto che, a sua volta, prevede (art. 10 comma 3) che “Le violazioni di disposizioni di rilievo esclusivamente tributario non possono essere causa di nullità del contratto” e che (art. 6) l’amministrazione finanziaria debba informare “il contribuente di ogni fatto o circostanza a sua conoscenza, dai quali possa derivare il mancato riconoscimento di un credito o l’irrogazione di una sanzione”.

Tali obblighi di informazione risultano, afferma la Corte, “ totalmente negletti, operando la denunciata sostituzione contrattuale in via automatica, solo a seguito della mancata tempestiva registrazione del contratto”.

Una sentenza quindi che non si limita a censurare pesantemente l’operato di un governo non più in carica ma che deve suonare come un monito per il nuovo esecutivo: i diritti del contribuente non sono carta straccia, e si devono applicare anche se il contribuente è il proprietario di casa, la “vil razza dannata” dei perseguitati fiscali.

 

Avv. Mario Fiamigi

Vice Presidente Nazionale APPC

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