Vita di condominio: parenti serpenti… parenti solo in assemblea?

assemblea

Nella speranza,  magari vana ed infondata, che la recente “mini – riforma” in materia condominiale e di cui alla Legge 220/12, possa, una volta per tutte, mettere fine a contenziosi bizzarri e basati su mera animosità tra condomini o su punti di vista quantomeno peregrini.

Si vuole qui segnalare il caso, sufficientemente inconsueto, risolto da una recente sentenza del Tribunale di Genova (T. Ge – Sez. III – Giudice Dott.ssa Vaglio Bernè – Sentenza n. 2913/13), che ha deciso, incidentalmente, su un motivo di impugnazione di delibera condominiale, che in oggi, dopo l’entrata in vigore del nuovo testo dell’art. 67 disp. att. c.c., non avrà più ragione di essere o costituire  motivo di doglianza.

In una fattispecie di impugnativa di delibera condominiale, relativamente alla approvazione di tabelle millesimali di proprietà, scale ed ascensore, la parte opponente aveva, tra gli altri motivi di impugnazione, rilevato la mancanza del quorum deliberativo di cui all’art. 1136, 2 comma, c.c., e ciò in quanto alcuni condomini si sarebbero fatti rappresentare in assemblea da un soggetto che non risultava essere familiare del condomino o egli stesso condomino.

Recitava, infatti, il Regolamento di Condominio e di cui si assumeva la natura di carattere “contrattuale”, che: “ogni comproprietario può farsi rappresentare in assemblea da altro proprietario o da persona di famiglia”.

E’ chiaro che il motivo di impugnazione, se non si fosse dimostrato una sorta di conflitto di interessi tra rappresentato e Condominio aveva sola valenza dilatoria e comunque tendente ad evitare l’introduzione della nuova tabella millesimale: in concreto però la dicitura del Regolamento di Condominio avrebbe potuto prestarsi a diversi livelli e/o temi interpretativi.

Il Giudice ha aggirato l’ostacolo ritenendo che tale norma non imponesse alcun divieto specifico e che si trattasse di norma a natura semplicemente (“tipicamente” come si esprime il Giudicante), regolamentare, anche se inserita in un Regolamento Condominiale di natura contrattuale (ed in effetti, tale norma regolamentare era già stata interpretata, in precedenza, in maniera estensiva da una delibera assembleare).

Inoltre, il Giudice (opportunamente ed esattamente) rilevava che la norma regolamentare, inserita in un regolamento di natura contrattuale, non acquistava di per sé carattere di contrattualità e poteva quindi avere carattere meramente regolamentare, con la conseguenza che detta norma poteva essere modificata dall’assemblea con le maggioranze di legge.

Si è preso lo spunto da questa decisione solo per far notare come  la riforma (mini), del Condominio all’art. 67 disp. att. c.c., ha certo garantito al condomino il diritto di essere rappresentato in assemblea da chi meglio ritenuto, ma ha previsto comunque dei limiti, con riferimento al numero dei partecipanti al Condominio ai fini della legittimità delle deleghe e ha previsto l’inibizione per l’amministratore di ottenere deleghe per la partecipazione all’assemblea condominiale, sulla base anche di quanto già ritenuto de iure condendo, dalla più accreditata dottrina.

Ad avviso di chi scrive però (e purtroppo), la legge di riforma, pur con i suoi possibili pregi, ha un grosso limite: e cioè quello di non essere una legge organica in una materia quale quella del Condominio che interessa un gran numero di persone, tenuto conto della propensione italiana alla proprietà immobiliare, almeno per quanto riguarda la casa di abitazione.

Non si vede quindi il perché non si sia ritenuto di emanare una sorta di legge di settore, ma completa ed “esaustiva” in materia di Condominio, anziché fermarsi a ritocchi, aggiunte e/o inserimenti nella normativa in oggi esistente.

 

avv. Roberto Negro

membro Centro studi Appc

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