Le tasse e la felicità

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La dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti D’America recita che ogni uomo gode di diritti inalienabili, tra cui vengono citati la vita, la libertà e la ricerca della felicità.

Per assicurare questi diritti sono istituiti i Governi, che derivano la loro legittimità dal consenso dei governati, i quali hanno diritto di cambiare,modificare,sovvertire il potere politico che dovesse mettere in pericolo la realizzazione di quei diritti.

E che quindi sono legittimati a formare un nuovo governo che possa realizzare la sicurezza e la felicità del popolo. La parola felicità compare più volte nel testo e rende nel modo più forte e più evocativo il principio base contenuto in tutte le costituzioni liberaldemocratiche, il diritto del cittadino ad esplicare tutte le potenzialità morali ed intellettuali insite nella sua natura di uomo per realizzarsi nella vita godendo in pieno il frutto del proprio lavoro.

Principio contenuto nella nostra costituzione,anche se non nel modo diretto e grandioso del testo americano,agli artt. 2 e 3.

Purtroppo in Italia questo diritto fondamentale è stato progressivamente eroso negli anni sino ad essere di fatto annichilito dall’oppressione fiscale e burocratica cresciuta a dismisura, sia in modo palese che subdolo, negli ultimi quindici anni, sotto qualunque bandiera politica. Ma il fenomeno non è solo italiano,anche se in Italia trova la massima dilatazione tra i paesi occidentali. Per dirla con le parole di Wolfgang Sofsky,professore di Filosofia all’Università di Gottinga, “l’unica contropartita di cui il cittadino contribuente può stare certo è l’espandersi dell’amministrazione dello stato e il dilatarsi dell’apparato di gestione parastatale.

D’altronde l’elite di potere deve pur elargire incarichi pubblici e prebende alle sue clientele e ai seguaci di partito. Con le imposte finanzia il personale dello stato,l’esercito del pubblico impiego. Le tasse sono l’alimento del dominio burocratico”. Negli Stati Uniti, non a caso la più importante democrazia del mondo, è nato il primo movimento di popolo, che in pochi mesi ha assunto i caratteri del fenomeno di massa,teso ad arginare l’eccesso di spesa e di tassazione messo in atto dal governo.

Gruppi spontanei di cittadini,senza padrini politici e sostegni di potentati economici, che si sono uniti ed organizzati a livello locale per difendere i principi inalienabili dei padri fondatori . Queste associazioni si sono denominate “tea parties” richiamando le storiche vicende che portarono alla guerra di indipendenza, e magicamente, per noi abituati a filtrare ogni iniziativa attraverso gli sclerotici apparati partitici,hanno già cominciato ad influenzare la politica sia condizionando le scelte dei partiti tradizionali sia partecipando direttamente con propri rappresentati alle competizioni elettorali.

Iniziamo anche in Italia un nuovo percorso. Solo una mobilitazione dal basso, che coinvolga un gran numero di persone e che possa così condizionare la politica, ci potrà salvare. Per uno stato veramente liberale, per essere cittadini e non sudditi, per godere pienamente dei frutti del nostro onesto lavoro, perché abbiamo il diritto di ricercare la nostra personale felicità.

 Avv. Mario Fiamigi

Responsabile Commissione Legale AP

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